Corriere della Sera
Philippe Sollers: noi francesi invidiosi del genio italiano
«In ritardo di due secoli, condannati a inseguirvi» E poi accusa: Saramago e Grass sopravvalutati

Sollers in un ritratto di Sophie Bassouls, 1994
«Con questo mio ultimo romanzo, Les Voyageurs du temps, ho voluto parlare di scrittori, artisti, musicisti che hanno pagato concretamente con la loro esistenza l' amore per l' arte e per la scrittura. Niente a che fare, dunque, con i falsi viaggiatori del tempo, incapaci di penetrare a fondo la poesia e, più in generale, la cultura». Philippe Sollers, enfant terrible della letteratura francese, ha recentemente pubblicato da Gallimard la sua ultima opera, che avrebbe dovuto essere processata in un «tribunale speciale» nella Mairie del VI arrondissement di Parigi. La notizia era rimbalzata dalle pagine di Le Figaro a quelle di altri quotidiani. «All' inizio - spiega Sollers, che in novembre compirà settantatré anni - questa idea, promossa da un giovane avvocato francese di cui ho pubblicato un romanzo, mi era sembrata molto buona. L' ispirazione veniva dal famosissimo processo in stile dadaista che nel 1921 André Breton ed altri organizzarono per giudicare Maurice Barrès. Avrei voluto partecipare con l' intento di mostrare che l' accusato può diventare talvolta accusatore. Ma poi ho rinunciato perché si stava trasformando in un trappolone dell' estrema destra». Philippe Joyaux, in arte Sollers, accetta volentieri di parlare anche dei letterati che non figurano nel suo libro e che credono, a torto, di essere «viaggiatori del tempo». Nel suo minuscolo studio, al primo piano nella sede storica dell' editore Gallimard, proclama: «Viva l' Italia». Dietro una scrivania, invasa da pile di suoi libri, il romanziere fa capolino avvolto in una nuvola di fumo. «Una gran parte di apparenti viaggiatori - dice - abita all' interno della Cupola degli Immortali: sono tanti gli accademici di Francia che rappresentano una falsa prospettiva storica, fondata sul conformismo. Difficilmente da uno scrittore come Jean d' Ormesson potremo aspettarci analisi penetranti di poeti come Lautréamont o Rimbaud». «Al contrario - aggiunge Sollers - i grandi scrittori, i grandi pittori, i grandi musicisti hanno saputo leggere immensi capolavori e hanno saputo creare opere straordinarie in cui si riflette il legame con la vita. Ho ricordato alcuni inimitabili innovatori come Picasso o Joyce. I "viaggiatori del tempo" si occupano soprattutto dell' esistenza possibile, della libertà, della vita poetica...». Sollers tiene a sottolineare che spesso la letteratura passata al filtro nelle ingessate Accademie finisce per essere mortificata. «Si pensi al perverso meccanismo del Nobel, nella cui lista figurano autori che probabilmente hanno avuto meriti diversi da quelli letterari. Io non avrei dato il premio a Saramago, Grass, Xingjian, Coetzee. L' avrebbero meritato, invece, autori come Borges, Céline, Malraux, Claudel, Roth». Sollers parla senza peli sulla lingua. Non a caso da oltre cinquant' anni - con ingegno e astuzia, come rivela l' etimologia latina del suo cognome letterario «Sollers», composto da sollus e ars - riesce a far discutere di sé sfuggendo programmaticamente a qualsiasi tipo di classificazione. Ma come è stato possibile mettere assieme il nouveau roman e lo strutturalismo, Mao e il Papa, la critica ai media e il suo essere mediatico, l' estrema sinistra e l' estrema destra, il libertinismo e il misticismo, il disprezzo per il servilismo e la creazione di un sistema di potere? «Ecco - risponde divertito Sollers - come la mia immagine "oscillante", la lotta per la verità che conduco ormai da tanti decenni, si pone in netto contrasto con un certo clero intellettuale, i cui esponenti più eminenti sono Régis Debray, Alain Badiou, Luc Ferry. A costoro è difficile far capire l' arte della contraddizione. Loro non sanno che la verità è sempre paradossale. E oggi, in particolare, chi non è paradossale non riesce a esprimere più niente. Una personalità come la mia, libera da qualsiasi vincolo, disturba, viene addirittura considerata come una bestia inafferrabile». L' autore è cosciente che le sue opere producono sempre effetti contrastanti e che, in ogni caso, non possono passare inosservate. «Il clero intellettuale mi considera per questo mio modo di essere come un eretico. Loro mi odiano perché li spiazzo sempre, perché riesco a collocarmi ogni volta da un' altra parte. Oggi non c' è solo la Chiesa a bollarti come eretico, ma esiste soprattutto una classe di nuovi inquisitori (composta da giornalisti, universitari, politici) che si crede autorizzata a infliggere condanne». Eppure Philippe Sollers ha annodato, nel corso di decenni, profondi legami anche con il mondo dell' università e del giornalismo. «Certamente. Ma loro si sono serviti di me e non io di loro. Ci tengo a chiarire che molti studiosi, che poi hanno riscosso un notevole successo internazionale, hanno vissuto un difficile esordio. E durante il loro isolamento sono stato io a sostenerli e a lanciarli attraverso le pagine della rivista Tel Quel. Penso a docenti del calibro di Michel Foucault, quando ancora negli anni Sessanta era sconosciuto. Lo stesso discorso vale per Barthes, Bataille, Lacan, Derrida: le loro idee subirono, all' inizio, feroci attacchi e contestazioni. E a chi ha scritto che le Monde è ai miei ordini, consiglierei di leggere la recensione del mio ultimo libro per cogliere al volo una serie di controsensi e incomprensioni». Sollers non nasconde la sua vocazione a difendere ciò che in alcuni momenti storici viene considerato «indifendibile». «Negli anni ho imparato che spesso il nuovo si annida nell' "indifendibile". Proprio in questo spazio può prodursi qualcosa di stimolante in grado di aiutarci a ripensare molte cose. Del resto, io stesso sono indifendibile perché perturbo le immagini fisse. Ma non ci si rende conto che viviamo in un' epoca in cui tutti parlano e nessuno ascolta. Tutti scrivono e nessuno legge. L' intera mia opera muove una critica sociale molto forte a questo tipo di cultura senza memoria». La lettura, per Sollers, gioca un ruolo decisivo nel destino della letteratura. «Da tempo vado gridando che per saper scrivere bisogna saper leggere. E che per saper leggere bisogna saper vivere». Una cosa è creare, un' altra cosa ancora è vivere da «parassiti». «I parassiti si distinguono dalla vera bestia, molto rara. E su questi temi Nietzsche ha scritto pagine straordinarie. Non a caso ho iniziato a datare i miei libri dal 30 settembre 1888, a partire dal nuovo calendario nietzschiano. In questo mio ultimo romanzo, infatti, siamo nell' anno 121 e non nel 2009». Ma il discorso sulle infinite maschere di Philippe Sollers invita a ricordare il suo grande amore per Venezia, che traspare, a più riprese, in tantissime opere. «Ho sempre considerato l' Italia un Paese straordinario. La mia passione nasce già durante il mio primo viaggio a Firenze, sulle tracce di Dante, un poeta che ha segnato la mia vita. Poi ho visitato Napoli e Roma. E infine, in una notte del 1963, appena sbarcato in una deserta piazza San Marco, ho subito capito che non mi sarei più separato da Venezia, ha ispirato tante mie opere. E qui fu arrestato Giordano Bruno, straordinario filosofo, presente nella copertina del mio libro H in cui riproduco una delle sue silografie. I francesi hanno un antico complesso di inferiorità rispetto all' Italia: noi siamo stati sempre in ritardo di due secoli. Ma, probabilmente, lo sguardo di chi viene dall' esterno riesce a vedere cose che gli italiani stessi non vedono». Tra il fumo delle sigarette e lo zolfo delle sue parole ormai l' aria è irrespirabile. Ma prima dei saluti, ancora una domanda: si sente ancora un vero agitatore? «Ogni volta che scrivo - dice tossendo - i lettori si agitano. Sono loro che mi incoraggiano a coltivare la mia passione per la scrittura».
Ordine Nuccio
(12 marzo 2009) - Corriere della Sera, Pagina 39